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Presentazione libro “Il Treno dell’Ignoto. Il viaggio del Milite
Giovedì 28 Ottobre
Centro Civico ore 18.30

ingresso libero con Certificazione verde

Giovedì 28/10 ore 18.30 al Centro Civico presentazione del libro “Il Treno dell’Ignoto. Il viaggio del Milite 
ingresso libero con Certificazione verde

Paola Zambelli presenta il suo ultimo libro dal titolo
“Il Treno dell’Ignoto. Il viaggio del Milite Ignoto”

Biblioteca dei Leoni Editore, luglio 2021).

Il libro

Una domanda di quelle che solo i bambini sanno porre: «Nonna, tu sei mai stata bambina? Anche tu avevi una nonna?», trasportano la voce narrante e il lettore indietro nel tempo, lungo i binari dei ricordi tramandati di nonna in nipote.

Ed ecco comparire una ragazzetta di nome Giovanna, che il 30 ottobre 1921 insieme ai compaesani si è recata nei pressi della stazione per vedere il passaggio del convoglio funebre che trasportava verso Roma la salma del Milite Ignoto.

In attesa dell’arrivo del treno Giovanna fa la conoscenza di un misterioso uomo, abbigliato con un tabarro nero, col quale inizia a chiacchierare. Tra una chiacchiera e l’altra, il Signore in nero trasporta Giovanna lungo undici racconti, undici storie di vita, undici provenienze, undici campi di battaglia. Undici come i militi assolutamente ignoti, sprovvisti di piastrino identificativo e di effetti personali riconducibili a un’identità – recuperati da una Commissione delegata dal Governo italiano –, le cui salme vennero riposte in casse di legno e condotte nella Basilica di Aquileia. Qui una mamma, la sig.ra Maria Bergamas, madre dell’irredentista Antonio Bergamas disperso in guerra, scelse – con non poca sofferenza! – un soldato rappresentativo di tutti i Caduti.

La bara designata fu chiusa in una cassa di zinco e trasportata a Trieste dove venne issata su un convoglio speciale che la trasportò attraverso l’Italia per giungere a Roma. Ad ogni fermata e lungo via c’erano persone di ogni ceto ed estrazione sociale che porgevano il proprio saluto al convoglio funebre.

 “Cuori di mamme, figli, figlie, sorelle, fratelli, padri, nonni, fidanzate, amici battevano all’unisono dinanzi alla salma che viaggiava. Speravano che all’interno vi fosse un loro caro, quel caro che faceva battere il cuore o perdere un colpo. Vite spezzate, progetti di vita spezzati, legami d’amore tranciati per sempre: tutto ciò rappresentava quella bara rivestita del tricolore e issata sul fusto di un cannone. Sentimenti ed emozioni collettivi, impossibili da tradurre in parole e bagnati di lacrime; intrisi di dolore, frustrazione, rabbia, ma anche di un’inaspettata serenità. Una serenità data dalla consapevolezza e dalla speranza che nessuno avrebbe dimenticato (…)”

Chi era il Milite Ignoto?

«Mi dica Signore, mi dica chi c’è in quella bara».

Ma non è possibile rispondere a questa domanda senza dare un’identità a tutti gli Undici Ignoti. Grazie ai dialoghi tra Giovanna e il Signore in nero, facciamo la conoscenza di tutti loro e di molti altri che hanno incrociato le loro strade, aprendo gli occhi su episodi storici, situazioni, luoghi e accadimenti della Grande Guerra, che non sempre sono riportati nei libri di storia. Incontriamo ragazzi classe 1899, padri di famiglia che hanno attraversato il mare per raggiungere il continente; soldati dalla parlata tipicamente veneta insieme ad altri con uno squillante tono partenopeo. Poeti e analfabeti. Soldati accompagnati da un mulo, da un cagnolino o solamente dai ricordi di casa.

«Mi piace pensare che nella bara che ha scelto la signora Maria ci sia proprio suo figlio» dico con gli occhi che si inumidiscono. «Ma» aggiungo, «vorrei tanto che ci fosse Marco». Pensandoci provo una sensazione nuova, una strana serenità che mi sale dal cuore e aggiungo: «Ma non cambierebbe nulla se in quella bara ci fosse lo sconcio o il ragazzo che ha rinunciato al proprio nome o uno qualunque dei protagonisti dei suoi racconti (…)

Chiudo gli occhi e rivedo Marco che mi accarezza le trecce. Ma vedo anche un piccolo cerbiatto, un poeta, una ragazza che cerca il suo fidanzato, un aviatore burlone; vedo uno scozzese col suo cotolon, vedo il mio babbo che a casa è tornato. E tanti uomini che come lui sono riusciti a fare ritorno, ma hanno lasciato un pezzo di sé sui campi di battaglia. E la mia mamma e le tante donne che per anni hanno atteso il ritorno dei loro cari. E quelle che li stanno ancora aspettando (…)

 La ricerca di risposta alla domanda di fondo avviene sulle note del ripetitivo rumore di una macchina da cucire a pedale, grazie alla curiosità di una bambina che trova una vecchia scatola di latta e un sasso a forma di cuore che ha attraversato un secolo per giungere nelle mani del lettore e narrare, attraverso la voce di un misterioso testimone, le undici storie, nel pieno rispetto del rigore storico.

(E così facendo risponde all’intento voluto cent’anni fa dal Governo Italiano di ricordare tutti i Caduti senza nome della Grande Guerra)

La narrazione si fa attuale, in tempo di lockdown, quando nonni e nipoti hanno avuto più occasioni per stare insieme condividendo curiosità e ricordi, e quando espressioni come stare in trinceaandare in prima lineapandemia, si sono prepotentemente ripresentate da un passato bellico o immediatamente post bellico che avevamo accantonato.

Tutto inizia con i sogni. Con quell’età in cui il confine tra il possibile e l’impossibile è talmente sottile da sembrare la prima, quasi impercettibile striscia di luce che all’alba riesce a farsi spazio all’orizzonte. Età meravigliosa, età che sorride all’ignoto e lo rende accettabile, perfino auspicabile. Età che si rallegra quando piove perché si prefigura salti nelle pozzanghere, e che sa sorridere sotto una mascherina colorata imposta da una necessaria normativa, come fosse un lungo gioco di Carnevale.

Poi arriva un’età che cerca di realizzare i propri sogni in un’altalena che dondola tra ribellione e adeguamento alla realtà. Un’età che grazie a nuovi progetti, a sospiri, batticuori e delusioni diviene adulta.

E poi arriva l’età nella quale i ricordi valgono più dei sogni. L’età in cui pensi di non avere più tempo e percepisci il sopraggiungere di un sottile timore, quasi indefinibile, come quella prima impalpabile ma significativa variazione cromatica che annuncia il tramonto. Il timore più grande è proprio quello di dimenticare ed è per questo che, quando arriva quell’età, ti prendi il tempo, tutto il tempo possibile per ricordare. E per condividere con altri i tuoi ricordi (…)

 


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