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Premiati Concorso letterario
Da Domenica 19 Novembre a Venerdì 19 Gennaio
Centro civico di Sospirolo

                   

Premiazione

della 8a edizione del Concorso letterario Sospirolo tra leggende e misteri”

Domenica 19 novembre 2017 - ore 10.30 -

Sala “F. Pellizzari” Centro civico di Sospirolo

Racconti Vincitori e Segnalati

con lettura musicata a cura di Cristina Gianni e Candida Capraro.

Promosso da Pro Loco “Monti del Sole” e Comune di Sospirolo

Abbinato a “Veneto, spettacoli di Mistero 2017” di Unpli Veneto e Regione Veneto

Con il patrocinio di Provincia di Belluno, Unione Montana Val Belluna, Latteria sociale di Camolino, Ass. Il Veses e Circolo Fotografico Bellunese

 

- Nonno, ma tu dov'eri quando sono arrivati?

  • Oh, lo sai, me l'hai domandato mille volte! Era ormai sera e la mamma si affannava a mandarci a letto con la promessa che alla mattina avremmo trovato una bella focaccia. Io però l'avevo vista mettere due mattoni sotto le braci, per ingannare la nostra fame. Eravamo così poveri!
  • Sì, ma poi, quando hanno bussato, quando sono entrati, com'erano?
  • Due poveretti come noi, con le vesti impolverate, stanchi e infreddoliti. La mamma li ha fatti sedere vicino al focolare e non finiva di scusarsi perché non aveva nulla neanche per loro. Quello più giovane sembrava arrabbiato e diceva al suo compagno che non aveva mai visto gente più dura di cuore, gente capace di usare il pane di frumento per pulire il culetto ai suoi bambini, ma non di fare la carità a due poveri viandanti! E che avrebbe distrutto i loro campi, se l'altro non l'avesse fermato!
  • E quando hai capito chi erano?
  • Quando quello giovane ha fatto i miracoli e dal forno sono uscite le focacce e la mamma ha spillato il vino dalle botti vuote. La nostra casetta si è riempita di luce e di gioia, allora gli occhi ci si sono aperti e c'erano Gesù e san Pietro seduti alla nostra tavola! Abbiamo festeggiato tutti insieme e vedessi anche lui come mangiava di buon appetito!
  • E poi, nella notte, cos'è successo? Racconta, racconta!
  • E poi, a notte fonda, mentre tutta Cornia dormiva, Gesù è partito verso il monte. Teneva in braccio il mio fratellino ed è stato lui a picchiare con un martello contro la montagna. Abbiamo sentito un rumore terribile e alla mattina restava in piedi solo la nostra casa in mezzo a un mare di pietre.
  • Che bella storia, nonno! Ma è proprio vera? Io credo di sì! E se no, chi le ha fatte le Masiere di Vedana?*

* La leggenda di Cornia e le sue varianti si possono leggere nel libro L'Oro di Cornia - La natura e gli uomini nel paesaggio delle Masiere di Vedana, Pro Loco “Monti del Sole”, Sospirolo, 2015.

Il pane e il vino, la mensa, la condivisione del tanto o del poco che c'è. Tutto qui il potente messaggio della saggezza popolare, spietata nel denunciare lo scandalo dell'accaparramento, dello spreco, dell'abbondanza per gli uni e della fame per gli altri. Dietro le semplici parole della leggenda si celano foreste di miti, di simboli, di credenze, invenzioni e tecnologia, dominio sulla natura ed esercizio del potere. Se, come ci insegna l'antropologia, il percorso della civiltà inizia quando gli uomini imparano a cucinare, a separare il cotto dal crudo, mangiare non è mai stato un mero assumere alimenti per conservarsi in vita, ma linguaggio, comunicazione, confronto e travaso di culture, economia e politica. Fino ai paradossi dell'attualità, tra ossessione mediatica per la cucina e accorati richiami all'uso responsabile delle risorse della terra.

Al cibo e alla pluralità dei suoi significati simbolici e relazionali, economici ed ecologici è dedicato il concorso letterario per opere inedite indetto dalla Pro Loco “Monti del Sole” e dal Comune di Sospirolo che per l'ottavo anno consecutivo vi propone, cari amici amanti delle belle storie, degli spunti narrativi che traggono origine dalle leggende e dai luoghi suggestivi del territorio sospirolese. Liberate la fantasia, attingete alle tradizioni, al folklore, al patrimonio religioso e letterario, al dibattito contemporaneo per comporre un'opera originale!

REGOLAMENTO

Art. 1 Oggetto del concorso: racconti brevi inediti e/o racconti fotografici inediti (non necessariamente pertinenti al territorio di Sospirolo), incentrati sul tema del cibo inteso nella molteplicità delle sue manifestazioni pratiche, sociali, simboliche. Il concorso si rivolge ai nati e/o residenti nel Triveneto. La partecipazione è gratuita.

Art. 2     Sono previste 3 sezioni: A- Racconti “Giovani” (fino a 18 anni); B - Racconti “Adulti” (dai 18 anni); C- Racconto fotografico (senza limiti d'età). Tutte le sezioni sono aperte a singoli o gruppi. Uno stesso concorrente può partecipare sia con un racconto sia con un racconto fotografico, seguendo le indicazioni per le rispettive sezioni.

Art. 3     Sezioni A e B: Ogni concorrente può partecipare con un solo racconto inedito in lingua italiana della lunghezza massima di 8000 battute, spazi inclusi.

Sezione C : Ogni concorrente può partecipare con un solo racconto fotografico, senza vincoli di numero di fotografie inserite, corredato di didascalie in lingua italiana di massimo 400 battute (spazi inclusi) cadauna, stampato su massimo 6 facciate di fogli formato A4.

Art. 4     Sezioni A, B, C: Le opere dovranno pervenire in 6 copie cartacee non firmate e spillate singolarmente. Andranno inserite in un plico che conterrà anche una busta chiusa con le generalità complete dell’autore: nome, cognome, indirizzo, data e luogo di nascita, telefono, e-mail. Sul lato esterno della busta dovrà essere indicata la sezione a cui si partecipa. La spedizione dovrà essere effettuata entro e non oltre lunedì 16 ottobre 2017 (farà fede il timbro postale) all’indirizzo: Concorso letterario Pro Loco “Monti del Sole”, Via Gron 43, 32037 Sospirolo (BL).

Art. 5     La giuria, composta da note personalità della cultura, stilerà la graduatoria finale fra una rosa di finalisti scelti da apposita commissione selezionatrice.

Sezioni A e B: I vincitori assoluti della sezione “Adulti” e “Giovani” (singoli o gruppi) riceveranno 300 euro cadauno e attestato di partecipazione. I testi dei vincitori saranno pubblicati sul mensile “il Veses – Finestre sulla Valbelluna”. I segnalati dalla giuria riceveranno attestato e un riconoscimento (confezioni di “Vecchia Cornia” e altri prodotti della Latteria Sociale Cooperativa di Camolino).

Sezione C: Il vincitore assoluto (singolo o gruppo) riceverà 200 euro e attestato di partecipazione. Il racconto fotografico sarà esposto durante la cerimonia di premiazione.

Art. 6     I racconti non saranno restituiti. Gli autori delle opere eventualmente pubblicate e divulgate dalla Pro Loco rinunceranno a qualsiasi compenso relativo a tali opere mantenendo comunque la proprietà dei diritti d’autore.

Art. 7     La cerimonia di premiazione si terrà a Sospirolo domenica 19 novembre 2017, in occasione di “Spettacoli di Mistero 2017”. Eventuali cambiamenti saranno comunicati.

Art. 8     La partecipazione implica il consenso al trattamento dei dati personali forniti dai partecipanti. Ai sensi del D. Lgs 196/2003 i dati verranno trattati per finalità di gestione amministrativa del concorso.

Art. 9     L’inserimento nella graduatoria dei finalisti sarà comunicato insieme all’invito a partecipare alla cerimonia di premiazione. La graduatoria sarà resa nota nel corso della cerimonia stessa. I premi assegnati dovranno essere ritirati personalmente dai finalisti o da persone delegate.

Art. 10 La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento.

DATA DI SCADENZA 16 ottobre 2017

INFORMAZIONI 338 4677367 (dopo le 18:00) / proloco@sospirolo.net

 

8a edizione del Concorso letterario “Sospirolo tra leggende e misteri - 2017

 

PREMIATI - MOTIVAZIONI DELLA GIURIA

 

SEZIONE A - GIOVANI

 

PRIMO PREMIO: Le streghe di Valaraz e il papavero magico

Autrice: Ganz Serena di Vallada Agordina BL, nata nel 2006

 

Il racconto mescola, in modo semplice ma efficace, gli ingredienti tipici della fiaba locale legata al territorio, ai suoi prodotti, alle sue consolidate tradizioni.

Significativo il fatto che protagonisti siano dei bambini che, con l’aiuto dell’Om Selvarech, salvano dal maleficio delle streghe la coltivazione del papavero.

Un segno di amore delle nuove generazioni per il proprio territorio e una promessa di difenderlo in futuro!

 

SEGNALATO: Gigi e il re del Primiero

Autore: Ganz Daniel di Falcade BL, nato nel 2005

Fiaba semplice, lineare, con uno o più messaggi sottesi che fanno riflettere.

Viene spontanea una domanda “gastronomica”: il cibo risulta migliore se cucinato con gioia, mentre la “tristezza” lo “avvelena” o il cibo serve per gratificare, ma anche talvolta per punire?

 

SEZIONE B - ADULTI

PRIMO PREMIO: La scelta di Emilia

Autrice: Santin Tatiana di Miane TV

Il racconto si sviluppa, ben strutturato, su due piani, quello realistico della descrizione del rito propiziatorio del Pan e Vin con tutte le sue valenze simboliche, celebrato e condiviso dalla comunità e quello più intimo, privato, di una scelta importante per Emilia che, nella notte dei fuochi, assiste a una strana congrega di streghe e ascolta i loro discorsi sul “destino” degli uomini.

Efficace l’inserimento di citazioni in dialetto, tratte da canti e filastrocche, che scandisce, come nelle favole, le sequenze della narrazione e richiama il fascino della più genuina tradizione popolare.

Buona capacità di scrittura.

 

SEGNALATO: Bocconi amari

Autrice: Dosso Rossella di Capriva del Friuli GO

Un divertente gioco di parole.

Originale e ironica la scelta di ricostruire una biografia (credibile), utilizzando le più comuni ed espressive metafore riguardanti il cibo.

Nel corso della narrazione se ne contano quarantanove, tutte ben inserite nel contesto!

 

SEGNALATO: Meglio un uovo oggi…

Autrice: Sperotto Gabriella di Belluno BL

Il pretesto di conoscere la risposta a una curiosa domanda – “Meglio un uovo oggi…” – dà vita al ricordo di un tragico evento, rimasto indelebile nella mente di chi ha vissuto quei tempi di barbarie e legato proprio a un uovo sodo.

Il messaggio riguarda il valore della libertà e ribadisce l’impegno a non dimenticare.

 

SEGNALATO: Signora Polenta

Autrice: Cavallet Liana di Vallada Agordina BL

Efficace l’associazione dei ricordi di una via alle varie fasi di preparazione della polenta, fasi che, a loro volt, richiamano gesti rituali, patrimonio di una civiltà contadina, e il mondo di affetti ad essa connesso.

 

 

SEZIONE C - RACCONTO FOTOGRAFICO

PRIMO PREMIO: L’Angelo della Piave

Autrice: Pasqualetto Brugin Annalisa di Mestre VE

Il racconto fa riferimento a un evento realmente accaduto nel novembre del ’44 a Valdobbiadene, al quale l’elaborazione della memoria conferisce, allo stesso tempo, una valenza epica e una dimensione fantastica.

Le numerose immagini, alcune veri e propri documenti storici, accompagnano e scandiscono puntualmente la narrazione, sequenza dopo sequenza, fino a quella finale che dà un volto all’Angelo della Piave e consegna un messaggio di speranza.

 

PREMIO SPECIALE – ACCADEMIA ITALIANA DELLA CUCINA DELEGAZIONE DI BELLUNO FELTRE E CADORE

 

RACCONTO PREMIATO : Schiz

Autore: Tamborini Pierluigi di Dosson di Casier TV

Compito dell’Accademia italiana della cucina è quello di salvaguardare, insieme alle tradizioni della cucina italiana, la cultura della civiltà della tavola, espressione viva e attiva dell'intero Paese. In questo racconto tradizione, cultura e cibo sono in perfetta sintonia. La narrazione è vivace e originale e rappresenta uno spaccato di vita realistico, pur in un contesto fiabesco, di un qualsiasi villaggio del bellunese.

GIURIA

Gianluigi Secco presidente

Alba Barattin, Giacomo Moro

Lucia Mezzacasa, Rosetta Girotto Cannarella

 

SEGRETARIO del Concorso

Federico Brancaleone

 

LE STREGHE DI VALARAZ E IL PAPAVERO MAGICO di Serena Ganz

C’erano una volta in un piccolo paesino della provincia di Belluno chiamato Vallada tre bambini di nome Aldo, Andrea e Angelica. Frequentavano tutti la prima media e avevano tutti e tre una forte passione per il calcio. Un pomeriggio d’estate stavano giocando allegramente a pallone quando all’improvviso la palla venne spinta dal vento in una grotta di cui non conoscevano l’esistenza. Con un bel po’ di timore entrarono: era molto buia e non avevano neanche una torcia per fare luce.

Continuarono a camminare senza pensare alle conseguenze quando si accorsero di essere alla fine della grotta. Usciti, si accorsero che quel posto era molto strano: non vedevano anima vivente e il cielo era nero con delle strane figure svolazzanti. Angelica, la più paurosa del gruppo, voleva tornare indietro, ma Aldo e Andrea, più coraggiosi, volevano riprendersi la palla. Quindi continuarono quando iniziarono a vedere per terra delle scope e delle ossa… Alzarono la testa e videro cinque streghe tutte un po’ vecchiotte e riconobbero le famose streghe di Valaraz che stavano preparando una pozione in un gigante calderone fumante. Le sentirono bisbigliare:

_ Per ultimare la pozione adesso manca solo il papavero del villaggio così potrò far innamorare il re Carlo e una volta che sarò regina potrò rinchiuderlo nella cella più buia del castello e dominare su tutto il regno!!! Ah ah ah...- ridacchio Agata, la più importante delle streghe.

In quel momento i ragazzi cominciarono a correre fino ad arrivare al villaggio. Raccontarono tutto a mamma e papà che, ovviamente, non credettero a nulla.

Qualche tempo dopo, in una notte buia e tempestosa le streghe entrarono nel villaggio e rubarono tutto il papavero che trovarono. L’indomani, la gente di Vallada si riunì per discutere di quello strano fatto.

-Sparito tutto il papavero! Dovevo usarlo per i carfogn...-disse la nonna di Aldo.

-Come faremo adesso! Era il miglior raccolto di papavero degli ultimi cinque anni! I tre bambini si riunirono per escogitare un piano…

All’inizio è buio pesto nelle menti dei ragazzini, Ma all’improvviso ad Andrea viene in mente un’idea geniale:

-Avete mai sentito parlare dell’Om Salvarech?- chiede agli amici.

-No- rispondono i due.

-L’Om Salvarech è un uomo che vive nei boschi qui vicino ed è completamente ricoperto di muschio…

-E come ci dovrebbe aiutare?- chiedono i due.

-Questo lo vedremo- risponde Andrea.

E così i ragazzi partirono per cercare l’Om Salvarech e lo trovarono nel suo nascondiglio. Tremando dalla paura, Angelica cominciò a chiamare… Impauriti dall’eco delle loro voci i ragazzi si nascosero dietro un cespuglio quando questo cominciò a parlare:

-Buongiorno! Perchè vi nascondete? Meno impauriti risposero:

-Oh, ci scusi, l’avevamo scambiata per un cespuglio!

-Tranquilli: non è la prima volta, ma cosa ci fate qui?

I tre gli raccontarono tutta la storia alla quale lui credette subito e diede la sua parola che li avrebbe aiutati. Nel frattempo le streghe stavano ultimando la loro magica pozione… L’Om Salvarech, senza farsi vedere, sostituì il papavero con una polvere nera di piume di corvo. Agata non se ne accorse e la aggiunse alla pozione, ma quando la offrì al re Carlo ottenne l’effetto contrario a quello che avrebbe desiderato: il re si innamorò della fata Matilde, ex compagna di scuola di Agata, ma molto più buona e generosa. Agata si arrabbiò moltissimo e da allora fa di tutto perché i raccolti di papavero a Vallada non siano abbondanti…

Per fortuna le nostre nonne ne sanno una più di Agata e riescono ogni anno a mettere da parte il papavero necessario per i dolci di Natale e Carnevale.

 

GIGI E IL RE DEL PRIMIERO di Daniel Ganz

Nel secolo scorso, viveva nella valle del Biois un uomo di nome Gigi. Era un uomo obeso e molto simpatico; aveva una passione: il cibo. Gli piaceva cucinarlo e mangiarlo!

Aveva così iniziato a girare con un carretto trainato da un cavallo per tutto il bellunese e la Vai di Fassa; aveva con sé prodotti tradizionali della sua valle. Andava a Vallada e a Carfon a prendere i semi di papavero e le mele e con questi faceva le "paste da pavare", lo strudel e i famosi "carfogn", a Canale la farina da polenta al mulino, a san Tomaso l'orzo, il "pastim" e le uova, a Caviola le patate e a Falcade si riforniva di formaggio "schiz" e di ricotta.

Una mattina stava andando in Val di Fassa con il suo carretto pieno di provviste; incrociò un uomo ben vestito con tante persone al seguito: era il famoso re del Primiero! Era vestito con un mantello scuro e un cappello nero. Era biondo, aveva il naso a patata, era magro e alto. Mangiava molto poco e non camminava molto bene. Lo conoscevano tutti: era malvagio!

Gigi salutò e per timore che gli rubassero il carretto, offrì loro del formaggio, "smorm", "schiz", "pastim" e i famosi "carfogn", facendo notare al re che era lui che li cucinava. Alla fine dello spuntino il re non ringraziò, ma ordinò ai suoi soldati di arrestarlo.

Gigì, disperato, non capiva il motivo dell'arresto.

Arrivato al castello, le guardie lo misero in cella e dopo cinque giorni il re in persona tornò da Gigi e gli ordinò di cucinare per lui, altrimenti lo avrebbe ucciso. Gigi accettò ovviamente senza pensarci perché lui alla sua pelle ci teneva! E così cominciò a fare il cuoco per il re del Primiero.

Al re piaceva molto la sua cucina, ma non dava mai nessuna soddisfazione al povero Gigi e lui un giorno, amareggiato, lo avvelenò con il suo piatto preferito, i "papazoi da lat"! Gigi li preparava con un uovo, 150 g di farina, sale, burro e un litro e mezzo di latte; mescolava il tutto e poi formava piccoli gnocchetti che poi cucinava. Questa volta aggiunse all'impasto tutta la sua tristezza e il re, screanzato e malvagio, quando ebbe terminato di mangiare, si addormentò per sempre.

Gigi allora riuscì a tornare a casa e da quel giorno vendette il carretto, si mise a fare il boscaiolo con il suo cavallo, ma continuò a coltivare la sua passione per la cucina e, proprio nel bosco, aprì una taverna dove faceva da mangiare per tutti i suoi compaesani che, ricordando la brutta fine del re del Primiero, non dimenticavano mai di ringraziarlo per gli ottimi cibi che preparava.

 

LA SCELTA DI EMILIA di Tatiana Santin

La sagoma scura ardeva sugli sterpi. Le faville penetravano per pochi istanti nella notte che li sovrastava. El panevin la vècia sul camin

Brucia, vecchia, brucia! la magna i pomi coti e la ne assa i rosegòti Brucia tu e tutta la miseria dell’anno terminato!

Risuonavano le ucade contro il fantoccio in fiamme. la vecia sul casin Soprattutto i ragazzi urlavano con smania rabbiosa. che la bef el vin

Carlo, invece, se ne rimaneva in disparte, taciturno.

In silenzio restava anche lei, mi ha raccontato. Del resto ad Emilia avevano inculcato un comportamento a modo: nessun grido da cacciar fuori, nessuna protesta, nessuna scintilla che potesse mai accendere un qualunque fuoco.

La vècia l’è morta no la fa pì fogo ala pignàta

Che poi – insomma! – era nell’età giusta, doveva sapersi presentare … anzi anzi, Emilia, va’ a distribuire la pinzha che porta bene e ti sposi presto … ormai la ragazza la sa di rame, no?

Girava tra quella gente famigliare da sempre, sul piatto la focaccia dura e gialla che si masticava a fatica. El Panevin, la pinzha sul larìn Achille la guardava insistente, camicia nera perfettamente stirata, stivali lucidi, piglio militaresco. Mordeva con foga la sua fetta, mentre Carlo la gustava a bocconi piccoli, pazienti.

Qua pan qua vin qua lane e lin

  • Sei riuscita a sporcarti la gonna?
  • Ss … sì.

In realtà, pur girando e rigirando attorno al focolare, mentre la pinzha cuoceva sotto la cenere, non era riuscita a procurarsi niente di più di un minuscolo alone che quasi non si notava. Ma non l’avrebbe mai ammesso a Giovanna.

  • Io, capirai, ce l’avevo tutta grigia. Farò tantissimi bambini; sono vere queste cose, eh!?

Era tutto quel che anche lei voleva? Avrebbe dovuto. E poi Achille era figlio di contadini padroni di campi, proprietari di casa, e chissà – le avevano detto – l’attività nel partito fascista quali vantaggi gli avrebbe portato. Che volere di più? Eppure, a volte capiva la voglia di partire di Carlo, “Francia o Belgio non importa pur di provare a cambiare destino”. Quanta solitudine però lontano da lì. Con chi avrebbe condiviso lui pan giallo e vin brulè l’anno seguente?

Qua vedèi e porzhei e la grazhia de Dio in tei caretéi “Va’ a prendere altra pinzha in casa, sbrigati, non startene imbambolata!” Fosse stato semplice muoversi in quell’oscurità, mi ha spiegato. Fosse facile per me, avrei voluto risponderle, credere da questo punto in poi alla sua storia.

Rischiò di finire a gambe all’aria in mezzo all’aia. Ma su cosa s’era inciampata? Che ci facevano lì tre scope di saggina scalcagnate?

“Dura e secca, al solito!” Una voce in casa. Emilia trasalì. La luce scialba di una lanterna rischiarava la cucina. Si tolse gli zoccoli ed entrò cauta, sbirciando dall’uscio. Tre figure imbozzolate in scialli di lana nera erano piegate sul tavolo. Brandivano con le mani ossute grossi pezzi di pinzha, seminando briciole ovunque. Incorniciate da fazzoletti neri, spuntavano facce grinzose con nasi arcuati che quasi toccavano i menti sporgenti. Non le aveva mai viste nella contrada, e neanche nel paese. Coraggio, si ripeteva, affrontale! Caccia via le intruse! Pan e vin carità e sanità par i porét che no ghe n’à le urla da fuori giungevano nitide. Sghignazzando, le tre vecchie iniziarono a

cantilenare tra di loro. Che tutto questo sia avvenuto davvero, io non lo so, Emilia me lo ha assicurato.

  • Prendi Derosega, mangia! Fichi noci pinoli uva passa quanta abbondanza quanta abbondanza.
  • Tien Befana, con ciccioli farina gialla zucca santa quanta abbondanza quanta abbondanza.
  • Ah, Mantovana, ogni anno cercano speranza. Mandorle semi di finocchi farina di segale, ci provano con la pinzha a chiamare l’abbondanza.

Fun verso sera, poénta pien caliera

  • Fuische vero sera … fuische verso matina …

Fun verso matina, ciol su ‘l sac e va a farina

  • Brutta, più brutta di te è la miseria, Derosega.
  • Più magri delle tue dita sono stati i raccolti, Mantovana.

Stringhe stringhe bigatele che le biave vegna bele

  • Almeno ai bambini buoni qualcosa portiamo noi.
  • Sei poco aggiornata. Da Roma parte la concorrenza, bionda e giovane, così l’hanno disegnata, la Befana del duce, e persino motorizzata.
  • Vola in aereo lei, invece di usare la scopa, non è una vera Befana se non è grigia e rugosa.
  • Manda pacchi con dolci e giochi, altro che nocciole o pezzi di carbone.
  • Non dura, non dura, ve lo dico io.
  • Tutta bell’apparenza, niente sostanza.

Da lontàn e da vizhìn viva viva ‘l Panevin

  • Camicia dritta: pulita e stirata; a rovescio: macchiata e rattoppata.

Dio ne mande figadéi par sti pore tosatéi

Scoppiarono in risate sguaiate e si voltarono verso la porta. No, non potevano sapere che era lì. Emilia sentì il cuore fermarsi e le gambe prender corsa da sole. Che i se onde boca e déi

Ritornò ansimante al cerchio del Panevin, cercando di sottrarsi al controllo della madre. Per fortuna, un paio di ragazze erano arrivate nel frattempo e stavano distribuendo la torta della sera. Non si sarebbero accorti che mancava la sua. Magnòn cantòn, prima pregòn e dopo balòn

La vecchia di stracci e paglia s’era bruciata fuive verso sera poénta pien caliera la legna andava consumandosi fuive verso matina poénta pochetina il fuoco si quietava a poco a poco fuive a meodì poénta tre olte el dì gli uomini parlavano delle future semine, si auguravano messi abbondanti fun a bassa poénta pien la cassa i ragazzi si preparavano a saltare il cumulo di braci ardenti cui ormai s’era ridotto il falò.

Ci provò per primo Silvio, prese una rincorsa decisa, ma sembrò sul punto di bloccarsi davanti all’ostacolo; cadde con un piede su alcuni rametti roventi, saltellando poi su una sola gamba per altri tre/quattro metri, tra le prese in giro degli altri. Così era suo fratello: partiva di slancio in ogni cosa, senza riflettere; poi, al momento di concretizzare lo assalivano i dubbi e incespicava. Il grosso Antonio, il figlio di Rosa la lavandaia, fu il secondo; lanciò le lunghe gambe davanti a sé e cadde a terra, dall’altra parte del mucchio. Nessuna grazia, ma salto riuscito. Antonio era noto per trovarsi sempre in rissa con qualcuno, specie quando andava a rubare frutti nei cortili dei compaesani e si infuriava contro il proprietario quando questi lo scopriva e lo insultava. Riteneva suo diritto occupare almeno il fondo – così si esprimeva – del mastello grande e vuoto costituito dal suo stomaco.

la lugànega sul bronzhèr la poènta sul taiér ‘l vin in tea caneva pinzha e sanità saladi e scorzhét in zhima al bachét

Achille balzò per terzo, scuotendo subito dopo la polvere dagli stivali, mentre Carlo si apprestava alla prova. Pochi passi indietro e poi una mossa decisa, elegante, che lo portò di fianco all’altro ragazzo. Si fissarono per alcuni istanti. Anche Carlo era innamorato di Emilia, lo si sapeva. Nella semioscurità, i bagliori amaranto sotto le braci delineavano vagamente i due profili. Non potevano immaginare che si sarebbero ritrovati di nuovo faccia a faccia anni dopo, in un’altra notte e tra altri fuochi, nel pieno della guerra, un soldato della Repubblica di Salò e un combattente partigiano. Al momento, c’erano solo gli evviva dei conoscenti per il salto riuscito, e qualche battuta sulla ragazza contesa.

Emilia addentò una fetta di pinzha per sfogare l’imbarazzo che le procuravano quelle allusioni alla sua persona. Avrebbe dovuto compiere anche lei un salto: chi avrebbe scelto? Distolse il viso e in fondo alla stradina scorse tre figure incurvate, con in mano qualcosa che pareva un bastone, o una scopa. Le sembrò che ridessero e la guardassero. Rammentò l’ultima battuta del dialogo che aveva spiato.

La gente cominciava ad andarsene. Un paio di bambini la urtarono correndo e cantando. Panevin panevin la calzha sul camìn la torta sul larìn la befana vien do dal camin Panevin

 

BOCCONI AMARI di Rossella Dosso

Da bambina ero alta e sottile. Mangiavo ma … ero magra come un’acciuga. Per questo mamma, che non si perdeva un numero di Grand Hotel e Novella 2000 , mi disse che, con le mie gambe magre come gambi di sedano , avrei fatto la modella, o l’attrice di fotoromanzi. A me non fregava un fico secco di fare la modella o quell’altra cosa che, tanto per parlare della rava e della fava, voleva lei. A me piaceva leggere le favole, che mi permettevano di fantasticare.

Ad un certo punto, ho pensato : da grande, farò l’archeologa. Così ho iniziato a scavare nell’orto, coadiuvata da Flic, il cane. Tanto va la gatta al lardo che…….. un pomeriggio d’aprile, un ceffone di papà, mi fece “ comprendere “ come non ci fosse trippa per gatti. Alias : che radicchio e zucchine fossero la priorità in ambito orticolo. Piansi. Ma fu inutile piangere sul latte versato : quando entrai nell’occhio vispo di Flic, mi ritrovai ancora simil-acciuga e, soprattutto, con i piedi per terra.

Avevo otto anni e nacque Giacomo. Secondo i miei, venuto a fagiolo. Per me, arrivato per rompere le uova nel paniere. Così continua il cognome, disse fiero ed alticcio, papà, alzando un bicchiere di rosso. Io, pensai che cominciasse una gran rottura di scatole ! Detto, fatto. Chi era al centro dell’universo ? Lui, naturalmente. Per i miei, che avevano il prosciutto sugli occhi, chi era il più bello, il più bravo, il chi più ne ha più ne metta ? Sempre lui, of course. Giacomo si che poteva trasformare l’orto in un campo di battaglia! Deve pur giocare, dicevano. Ingoiai il rospo.

Poi sono andata alle medie e ho ripreso a sognare. Di diventare avvocato. Ci avrei pensato io a contrastare le ingiustizie! Come quando la prof di lettere dette a Bruno Coletti un voto più alto del mio. Pane al pane e vino al vino, non era giusto. Avevo saputo più di lui che, per inciso, era il figlio del Comandante dei Carabinieri. La contestai. La prof cercò di rigirare la frittata. Ha trovato pane per suoi denti, pensai. Bando alle chiacchiere ( a proposito, buone sia fritte che al forno ), non è stata imparziale, le dissi. Fece le orecchie(tte) da mercante e, bel caratterino ha sua figlia ! comunicò a mia madre. Che mi disse : ridi, ridi, che la mamma ha fatto gli gnocchi , proibendomi di uscire per un mese.

E’ sveglia e intelligente, mandatela al Liceo, sentenziarono i prof. Ma, come spesso accade, chi ha i denti non ha il pane (chi ce l’ha, può fare la scarpetta). Prenderai per segretaria d’azienda, fu la decisione della famiglia, anche se io, di fare la segretaria d’azienda, non ne volevo sapere, ma ….. o mangi la minestra o salti dalla finestra ! E poi, le donne devono fare le donne, seguire la casa, i figli, sbottò mio padre, sostenuto da mami, che intanto aveva rinunciato a ogni velleità nell’alta moda. Tre anni di studi sarebbero stati sufficienti, conclusero. Sufficienti un corno, pensai. E così, finita la scuola, mi rimboccai le (mezze) maniche. Trovai lavoro da un commercialista e mi iscrissi alle serali di ragioneria. Poi, dopo il diploma, Giurisprudenza.

Intanto avevo conosciuto Mario, un bel ragazzo, alto, moro, con un folto ciuffo alla Elvis Presley. Mi sembrava buono come il pane. Si portava a casa la pagnotta facendo l’operaio in una ditta tessile.

Mi faceva gli occhi da triglia ed era dolce come il miele. Quando mi chiese di sposarlo, andai in brodo di giuggiole. Intanto lavoravo e studiavo. Dopo un po’, Mario diventò insofferente. La casa non era sempre a posto, come la piega dei suoi pantaloni. E poi, i figli, che non venivano. Per fortuna, pensavo. Anch’ io li volevo, ma dopo la laurea.

Mario iniziò ad uscire con gli amici. Rincasava tardi e beveva. Troppo. Una sera rientrò più alterato del solito. Mi diede una “ pizza “ in faccia. Presi uno spaghetto e realizzai che eravamo alla frutta.

Così, mandai al diavolo lui ed il suo ciuffo alla Elvis Presley, peraltro già in preda ad un irrimediabile diradamento. Riproviamoci, propose. Sarebbe una minestra riscaldata, gli risposi. Del resto, non tutte le ciambelle riescono col buco.

Sei stata grande, mi dissi, uscendo dall’Università, quella mattina di gennaio, fredda, umida e piovosa. A dispetto della connotazione climatica, era stata una giornata eccezionale : mi ero laureata con cento su centodieci. Festeggiai con spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè.

Non bisogna preoccuparsi di ciò che si mangia, ma con chi si mangia, diceva Epicuro. Infatti mangiai da sola. Non trovavo ragione di condividerla con altri, la mia gioia.

Da qui, pensai, devo ripartire, a tutta birra, per dare, alla mia vita, una svolta, in quel momento, rappresentata dallo Studio Legale Pellegrin & Marini, dove iniziai il praticantato. I due, erano uno magro e l’altro grasso. L’antitesi fisica trovava una certa rispondenza sul piano “ umano “ : uno era ( moderatamente ) una testa di rapa, l’altro lo era all’ennesima potenza. Quello con esponente più elevato, Marini, il grasso, mi chiese, un giorno, di fermarmi in studio fino a sera. Avremmo cenato, poi, nella trattoria a fianco. Ci cascai come una pera cotta. Ad un certo punto, mentre gli davo le spalle, sentii le sue dita a salsicciotto sotto la gonna. Preso in castagna, saltò la cena, ma, soprattutto, finì con una sonora “pizza “ in faccia (che stavolta fui io a “ sfornare “) , il mio rapporto con lo Studio Pellegrin & Marini.

Il passo successivo fu la ricerca caparbia ( del resto chi dorme non piglia pesci ) di un nuovo lavoro. La chiamata dell’avvocato Gasperini arrivò come il cacio sui maccheroni. Poco dopo venne assunto Marco, un pò più giovane di me. Sul lavoro, era un broccolo. Se c’era da levare le castagne dal fuoco o se gli passavano una patata bollente, non sapeva che pesci pigliare : toccava a me salvare capra e cavoli. Quando seppi che lo stipendio del collega era superiore al mio, andai  da Gasperini per un adeguamento. Fece il pesce in barile e, con la faccia da pesce lesso, mi disse : pa, pa ….pazienti. Pa….pa….pazientai due anni, ma l’aumento non arrivava. Arrivò invece il postino, con una raccomandata. Le Poste mi comunicavano l’assunzione. Non era una posizione di vertice, ma, meglio un uovo oggi che una gallina domani. Ora lavoro all’Ufficio Legale .

Un bilancio? Se qualcuno mi dice che la vita è facile, gli mangio un’orecchio ! Anzi, un’orecchietta (con le cime di rapa ).

 

Meglio un uovo oggi…di Gabriella Sperotto

Che le galline di Oregne avessero un nome non era di certo un segreto. C’era chi le portava a spasso in bicicletta, chi confidava loro i propri segreti, e chi aspettava che facessero le uova.

Perché con le uova si sa quante cose si possono fare! Lo sbatudin, per esempio, fondamentale per cominciare la giornata con un po’ di brio, o la crema pasticcera, di cui la zia era maestra.

A Gabrielle le uova piacevano alla coque, anche se ancora non aveva capito chi avesse dato loro quel nome così francese.

A Oregne c’era Puina, la gallina bianca, Pentola, la gallina argentata, e Salta Paiuc, la gallina un po’ matta. Ma soprattutto c’era la Checchina, la gallina di sua sorella, e il Chichi, il gallo di Gabrielle. Che fosse l’unica bambina ad avere un gallo le piaceva davvero. Forse per il suo poco parlare, o per il suo carattere schietto e sincero. “Chichi, canta!” diceva lo zio. E il Chichi, re del pollaio, cantava.

A Oregne c’era anche una signora di una certa età, di nome Argira. Gabrielle non sapeva quanti anni potesse avere, ma i suoi capelli argento le facevano credere che potesse essere una fata del secolo scorso. Ne era quasi sicura.

Ogni giorno, a Oregne, Argira si avvicinava con incedere lento al pollaio e, aperta la porticina di legno, estraeva le uova che le galline avevano deposto. Stringendole poi nella mano libera come un giocoliere esperto, la si sentiva affermare, con voce ferma e dolce: “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”. E le campane della chiesa suonavano, quasi a sancire quel detto. E il Chichi cantava. Gabrielle guardava Argira con ammirazione ed aspettava alla finestra per sentire quale profumo sarebbe uscito dal suo cucinino. Che cos’erano diventate le uova fresche di giornata? Una frittata? Una torta? Frittelle di patate? Le avevano raccontato che la signora Argira, sempre così ironica e intelligente, aveva un obiettivo: morire con la pancia piena. “Forse per questo cucina sempre?” si domandava Gabrielle.

“È pronta la cena!” chiamava nonna Irma. E la finestra si chiudeva, mentre il Chichi cantava.

Fu un giorno d’autunno, mentre le foglie di liquidambar cadevano come coriandoli, che Gabrielle decise di andare a fondo della faccenda. E il primo a cui chiedere era di sicuro lo zio, che faceva il maestro. Lui sì che sapeva tutto.

“Zio, è meglio un uovo oggi o una gallina domani?” chiese Gabrielle tutto d’un fiato. E lo zio la guardò con un sorriso. “Meglio l’uovo di legno, cara. Quello che si usa per rammendare i calzini, hai presente? Il legno non ti tradisce mai…” affermò con pazienza e decisione. Poi prese fra le mani alcuni oggetti dal ripiano del salotto e aggiunse: “Vedi? Con il legno puoi costruire una trottola, o un mestolo per cucinare… Anche la tavola su cui mangiamo è fatta di legno. Il legno insegna, racconta, consola.” Gabrielle, accoccolandosi come un pulcino sulle gambe dello zio, prendeva appunti. E il Chichi cantava.

“Zia, ascolta”, provò il giorno seguente la bambina, mentre seguiva la zia nelle faccende domestiche. “È meglio un uovo oggi o una gallina domani?” “Un uovo, tesoro”, disse la zia mentre tagliava i pomodori per fare il sugo più profumato del quartiere. “E se le uova sono bianche come l’avorio puoi tenerne anche il guscio, per Pasqua. Sai che meraviglia!”. A Gabrielle scappò un sorriso, pensando a quella volta in cui aveva cercato invano di soffiare fuori il tuorlo e l’albume, preferendo poi rompere l’uovo in un tegamino piuttosto che salvarne il guscio intero.

“Comunque,” aggiunse la zia, “anche le galline non sono male, sai. Ci si può fare un pollo arrosto da sogno. E poi, si dice sempre ‘cervello di gallina!’, ma sono intelligenti invece. Delle vere furbastre.” Ed era vero. E il Chichi cantava.

“Signor Angelo!” chiamò Gabrielle, uscendo in giardino. “Meglio un uovo oggi o…” Non fece in tempo a finire la domanda che l’uomo, messo in moto il trattore, urlò, ridendo: “Meglio la gallina dalle uova d’oro!” Un vero burlone. E il Chichi non cantò, per disapprovazione.

Quella sera, a cena, c’erano le uova sode. La nonna le prendeva una ad una e staccava con pazienza il guscio, per liberare l’interno caldo, bianco e liscio.

“Nonna, dimmi…” iniziò Gabrielle mentre osservava le sue mani esperte e veloci. “Meglio un uovo oggi o una gallina domani?” Seguì silenzio, quella sera a cena. La nonna non mangiò. Teneva un uovo sodo in mano, ancora caldo, e lo guardava. Fu quando Gabrielle le toccò con affetto il braccio che sembrò tornare in sé, e cominciò a raccontare.

“Era novembre, il 18. Gli alberi avevano già lasciato cadere le foglie ed il freddo si faceva sentire. I tedeschi erano arrivati a Gena Alta salendo attraverso il bosco, come le bestie. Ci hanno radunati tutti nel prato vicino alla fontana, minacciandoci con i fucili e facendoci uscire in fretta dalle case. Hanno preso cinque uomini, fra cui il tuo bisnonno Riccardo, mio papà, e due cugini. Si sono diretti su per la montagna, verso il Cogol del la Loreza, dove il buio e le rocce si fondono. Nel pomeriggio, quando sono tornati, uno di loro non c’era più.

Io volevo portare a mio padre un uovo sodo, perché sapevo che non aveva mangiato in tutta la giornata. Ma uno dei tedeschi mi ha guardata e mi ha detto: ‘No, no. Oggi tuo padre non mangia più’.” Gabrielle conosceva il resto della storia. Ricordava che il nonno Riccardo era morto a causa di quella rappresaglia, fucilato a Gena Alta. Le avevano raccontato delle case bruciate, e del resto. Ma dell’uovo non aveva mai saputo.

“Mi chiedi se è meglio un uovo oggi o una gallina domani, tesoro?” continuò nonna Irma. “Meglio è quando si ha scelta. Quando si può scegliere, e si può mangiare. Questo è meglio.” E abbracciò Gabrielle, stretta.

La nonna aveva ragione. Aveva ragione lei e avevano ragione gli altri, che potevano scegliere. Non avevano ragione i tedeschi, che avevano tolto la vita a cinque persone, quel giorno, a Gena. E a chissà a quante altre sarebbe toccata la stessa sorte.

La mattina dopo, a Sospirolo, tutti parlavano di un fatto strano. Sotto la lapide di Riccardo Casanova, caduto nell’eccidio di Gena, era stato trovato un uovo sodo. Sì, un uovo: come nel quadro di Piero della Francesca. E un biglietto, che il vento portò via veloce, verso la valle del Mis. Una calligrafia precisa di bambina sussurrava: “Se tu non hai potuto scegliere, nonno, noi possiamo scegliere di non dimenticare.”

A Oregne, quella sera, Argira raccoglieva con cura le uova dal pollaio. Il vento si era calmato, e dalla finestra accostata di nonna Irma usciva il profumo della cena.

Poco più in là, un piccolo uovo si schiudeva, mentre scendeva il sole. E il Chichi cantava.

 

Postilla: 18 Novembre 1944. Eccidio di Gena. Le cinque vittime furono Mario, Riccardo, Marcello, Servilio Casanova e Angelo Balzan, uccisi dalla rappresaglia tedesca. Il ricordo di quel giorno è scolpito nella memoria di tutte le genti che in Canal del Mis hanno lasciato casa, ricordi e cuori.

Il racconto è frutto di fantasia, ma si basa su testimonianze vere di Irma e Linda Casanova, figlie di una delle vittime.

 

SIGNORA POLENTA di Liana Cavallet

L'acqua nel paiolo di rame bolle; con gesto sicuro butta il sale grosso, né troppo né poco, il giusto. Il fuoco nella cucina economica arde dalla mattina, quando l'aveva acceso per farsi il caffè del buongiorno. Sono anni che il rituale si compie: qualche ramoscello secco sottile, il fiammifero che brilla e la fiammella che inizia a danzare; poi qualche tronchetto un po' più grosso appena la fiamma si rafforza e infine i pezzi di legno di faggio e le lingue di fuoco crepitano allegre. Borbotta la caffettiera e l'aroma di caffè riempie la cucina: così inizia la giornata, così, all'approssimarsi dell'ora di pranzo, il fuoco, allegro ma non troppo, sotto al paiolo promette un pranzo gustoso e cotto al punto giusto.

A pioggia, con la mano sinistra butta la farina gialla nell'acqua mentre la destra, rapida e precisa, maneggia il mestolo di legno e mescola, dapprima con cautela, poi con energia: non devono formarsi grumi e...attenzione agli schizzi gialli, scottano da morire!

Ecco fatto: da adesso in poi ha a disposizione quaranta, quarantacinque minuti di tempo tutto per lei, per i suoi pensieri e i suoi ricordi con qualche pausa per ravvivare il fuoco e qualche altra per riposare le braccia stanche di mescolare.

Prima di tutto, abbiamo detto, il fuoco... Le fiamme avvolgono il pezzo di legno e lei ricorda con un brivido il fuoco di tanto tempo prima. Era piccola, forse aveva due, tre anni... Era a casa di una vecchia zia. Era notte. Era sola. Si era svegliata per i rumori, le voci concitate; si era alzata e, con gli occhi stropicciati dal sonno, era andata alla finestra: eccole le fiamme, alte, sinistre, violare il buio della notte, ecco il fienile chiuso in un abbraccio di luce distruttiva, ecco la paura, l'angoscia soffocarle il respiro. Eppure lei non era in pericolo lì, ma era sola e per i bambini ritrovarsi soli è condizione sufficiente per sentirsi persi ed era di notte e per i bambini il buio della notte è un buio di terrore. Da allora, ogni volta che aveva la febbre, anche adesso che era vecchia, il fuoco veniva a farle visita. Brutta cosa il fuoco per lei... Sarà per quello che se lo lascia sempre “morire”, come dice lei: dimentica di ravvivarlo, dimentica di aggiungere legna e poi trova quattro braci moribonde. Solo per la polenta non dimentica di attizzarlo perché “la polenta è una signora...”

L'acqua... La guarda e si perde nelle bolle che salgono in superficie. Quanta acqua giù per le spalle quando un temporale ti sorprendeva nei prati a rastrellare! Ma era soprattutto l'acqua della fontana quella che le raccontava più cose. Prima vasca: l'acqua per abbeverare le mucche e che impresa ogni volta condurle dalla stalla fin là: c'era sempre qualche manza pazzerella che saltava e usciva di strada... Seconda vasca: l'acqua per lavare i panni meno sporchi: quanti geloni alle mani in quell'acqua gelida, sì perché la roba da lavare c'era in estate come in inverno. Terza vasca: l'acqua per lavare i panni più sporchi, fra tutti i pannolini dei neonati o i panni delle donne e delle ragazze. E poi i secchi per attingere l'acqua e portarla in casa e fortunati quelli che vivevano accanto alla fontana!

Lei no, lei aveva sempre parecchia strada da fare e che male alle spalle!

Ma l'acqua per la polenta ora l'attinge direttamente dal rubinetto ed è un'acqua speciale, giusta giusta per “la signora polenta”, e lei oramai ha l'occhio abituato a prepararne quanta basta per quattro, per sei, per dieci persone...

Poi il sale... Sua madre aveva un negozio di alimentari. A quei tempi, chi aveva un negozio era considerato un ricco. La ricchezza consisteva nell'avere a disposizione per tutti sale, zucchero, pasta e pane: lì nel loro negozio, quelle cose c'erano e la gente veniva a comprarle. Il sale soprattutto perché col sale si conservavano parecchi cibi per la stagione non buona (e su quattro, una sola era buona davvero di stagione!). E anche durante la guerra, arrivavano dalla montagna i partigiani e si rifornivano di pasta, sigarette e sale. Era come l'oro il sale: guai a sprecarlo! Rovesciarlo portava male, perché era una sfortuna in sé!

Nell'acqua che bolle, eccolo il sale che, soppesato dal suo pugno esperto, cade e si scioglie per dare il giusto sapore alla polenta, perché, già si sa, lei è “una signora”!

Infine la farina... A fine aprile la semina del mais; ma prima l'aratura con i buoi e la preparazione del campo col rastrello per tirare le righe in cui mettere a dimora i semi, inchinandosi con rispetto alla terra. Quando spuntavano le piantine, bisognava togliere quelle in eccesso e poi “dar terra” alle rimanenti perché ognuna ne avesse quanta gliene serviva per crescere forte. Poi, a giugno, a San Pietro, le piante di mais dovevano toccare la pancia di un puledro. Allora si aveva la conferma che la stagione stava procedendo bene. Ma era ottobre il mese delle pannocchie, il mese in cui ci si rendeva conto se il secco di agosto aveva fatto patire le piante o se la troppa pioggia le aveva marcite. E lì sul campo, alle prime brinate, tutta la famiglia, con le dita intorpidite, faceva a gara a chi riempiva più cesti di gialle pannocchie per colmare in fretta il carro. A casa poi c'era da selezionare le pannocchie belle da conservare per la farina e quelle rosicchiate o piccole per le galline; a tutte bisognava togliere la “barba” e...che barba! Un lavoro per donne e bambini, tanto per cambiare, ma quella “barba” si poteva anche trasformare sotto mani abili in bamboline o animaletti, giocattoli nuovi a costo zero. C'era un non so che di piacevole in quello stare tutti attorno al carro ed erano in tanti allora a vivere in quel cortile. Ora è rimasta solo lei, custode d'un passato che sente sfuggirle di mente. Ma una cosa la trattiene almeno nel cuore e cioè che la “polenta è una signora”!

E quindi la signora polenta... Da una vita, la sua vita, non è mai mancata, prima per necessità, poi per piacere, ora per ricordo, per resistenza, per non perdere tutto e qualcosa salvare... Una volta era lei, la signora polenta che riempiva la pancia: tanta polenta e poco di quel che lei accompagnava. La preparavano bella soda per poterla mettere in un cesto e portarla quindi sui prati dove andavano a lavorare... Il pic-nic di altri tempi... Alla sera la mangiavano abbrustolita con un po' di formaggio o minestrone. L'indomani a colazione la terminavano sbriciolata nel latte caldo. Era un giallo sole che scaldava e rassicurava: fin che ce n'era, la fame non faceva paura! Poi erano arrivati gli anni in cui era diventata un “piatto tipico” e lei era una di quelle che la sapevano fare come Dio comanda e non con pentole speciali, e non sul fornello a gas, e non con farine istantanee... Solo con il rituale di sempre e proprio così la stava rimescolando anche ora, col mestolo di legno che si era portata in dote.

La mescolava e nel giallo fumoso e bollente vedeva perdersi i suoi pensieri: si perdevano e si intrecciavano, si scambiavano fra ricordi recenti e ricordi remoti, e all'improvviso non sapeva più se ci aveva messo il sale nell'acqua, se erano dieci minuti che mescolava o già quaranta e si rattristava perché le sembrava di aver perso la mano anche con la polenta come con tutto il resto. Brutta cosa la vecchiaia! Si incupiva fino a quando con gesto ancor abile la rovesciava sul tagliere, la modellava con un piatto, la lasciava fumare per un po' perché non si appiccicasse alle dita di chi, tagliandola con lo spago, la prendeva in mano perché la polenta si taglia con lo spago e si prende in mano... E poi la portava in tavola come si porta una regina e vedeva ancora il miracolo del giallo sole che riscaldava e dipingeva il sorriso anche sul volto della nipotina più piccola. Allora, giustamente orgogliosa e dimentica di tutto il passato sia quello remoto che quello prossimo, guardando quell'ultima nipotina recitava il ritornello di sempre: “La polenta è una signora, chi la guarda s'innamora, chi la mangia si accontenta, viva viva la polenta!”

 

Testo Racconto Fotografico

L' ANGELO DELLA PIAVE di Annalisa Pasqualetto Brugin

*Valdobbiadene novembre 1944, tempo di guerra.

La pioggia dava a quella notte un pallore spettrale. Caterina guardando dalla finestra lo vide subito: un uomo avanzava di fretta; era giovane, con voce concitata gridò:

*_ Fon presto, se ha da menar via i cèi, su, sul Cesen. I todeschi … arde tut, case e stale! _ Caterina aveva già sentito quella voce.

Ubbidienti i bimbi, lasciarono il loro alloggio e camminarono, camminarono nella notte, per trovare un riparo.

*Camminavano silenziosi, non chiedevano perché, non dicevano nulla, ma lei, Caterina sapeva che in quel momento riaffioravano nelle loro menti i ricordi e gli incubi che tante volte li svegliavano, gli stessi che pure a lei non permettevano di dormire: quando le sembrava di risentire gli aerei che venivano a bombardare, e poi i fischi, i boati, la terra che tremava, le macerie fumanti, la città sconvolta, il dolore, la disperazione, e la fame.

*Quei bambini erano orfani a causa del bombardamento che il 7 aprile 1944, Venerdì Santo, dilaniò Treviso, e Caterina era la loro giovanissima insegnante-assistente.

*Lasciata la loro città offesa e quasi del tutto distrutta, avevano trovato rifugio a Valdobbiadene in un’ala della Villa dei Cedri.

*Anche Caterina aveva lasciato la sua città, Mestre, per sfuggire ai bombardamenti, ma la guerra era ovunque.

Aveva solo 18 anni, ma tanto coraggio; i bambini si sentivano sicuri con lei e la seguirono.

*Camminarono per i boschi senza far rumore, si sentiva solo un fruscio lieve, simile a scalpiccio di fantasmi, quando calpestavano le foglie secche dei castagni ormai cadute.

*Le prime luci di un’alba livida, mostrarono in lontananza una casera abbandonata.

*La raggiunsero, entrarono e attesero. Non era possibile accendere il fuoco, il fumo avrebbe potuto tradire la loro presenza.

Quei piccoli avevano freddo, fame e paura, ma c’era Caterina con loro,    nulla di male avrebbe potuto capitare. Fu la piccola Maria a chiedere:

_ Maestra, chi ti ha mandata da noi? _

*Caterina rispose sicura: _ Mi ha mandata un Angelo!_ E raccontò la sua storia:

_ Quando lasciai Mestre, alla fine di aprile, studiavo dalle Suore per diventare maestra, a luglio dovevo diplomarmi.

*Per tre anni, ogni mattina raggiunsi la scuola a Venezia; il viaggio o le lezioni venivano interrotte dai bombardamenti, il cibo era poco, di sera non potevo studiare perché non si poteva tenere la luce accesa…

Poi venni qui a Valdobbiadene, sfollata, non potevo più frequentare la scuola, ma decisi che sarei diventata maestra comunque, e studiai tanto.

A luglio sono partita per Venezia per gli esami di maturità.

*Arrivata al ponte Vidor, lo trovai distrutto, ma dovevo attraversare il fiume. Cercai un guado che non riuscii a trovare. Camminavo su e giù tra cespugli ed alberelli sulle rive della Piave; il cielo cominciava ad imbrunire e si specchiava scuro tra le onde, cominciavo a perdere ogni speranza, quando dalla fitta vegetazione uscì un uomo.

*Aveva il viso nascosto da un cappellaccio calato sugli occhi; mi controllava.

Gli spiegai che dovevo ad ogni costo attraversare la Piave. Fu così che nel cuore della notte raggiunsi l’ altra sponda. Volevo lasciargli quel po’ di denaro che avevo, non lo volle, ma disse con voce perentoria: “A bon rendar! Se vedaron!

Arrivai a Venezia superai l’ esame e tornai a Valdobbiadene.

*Il 7 agosto, nel paese, era usanza pregare nell'eremo di Sant'Alberto, mentre chiedevo la pace e un lavoro, sentii una mano pesante posarsi sulla mia spalla:

No oltarte, scolta ben! Tu ha da pagar la to debita, tu ha da far scola ai cèi sensa mare e pare, va oltra da lori doman.”Avevo trovato lavoro e voi!_

*Il racconto finì proprio nell’istante in cui la porta della casera si spalancò,

 *entrò un giovane uomo,tirò fuori da una bisaccia: pane nero, formaggio, piccole mele, e castagne lesse:

_Magnè! _ disse _ No ste 'ver   paura, qualchedun vegnerà a ciorve.. _

*Caterina riconobbe allora la voce, era la stessa del traghettatore, era quella che le aveva ordinato di andare dai bambini e che poche ore prima li aveva svegliati per avvertirli del pericolo e fatti scappare.

_ Ma tu chi sei?_ chiese Caterina.

Egli si fermò, per un istante e rispose sorridendo un po’ sornione:

_ Son l’ Angelo de la Piave!_

*Uscì e sparì nel bosco.

Caterina non lo vide più.

Restarono due giorni in quel rifugio, avevano freddo e fame, ognuno centellinava il suo formaggio, la mela venne consumata a piccoli morsi, le castagne vennero tenute per ultime; ma tutti i piccoli si dimostrarono forti, superarono anche quella prova.

*La guerra finì, un po’ alla volta tutto rientrò nella normalità.

Caterina tornò a Mestre, insegnò per quasi tutta la sua vita. Quando era ormai anziana, volle essere accompagnata sul Cesen, trovò senza fatica la casera dove si era nascosta; una costruzione ormai fatiscente.

*Tolse da uno zainetto    scolorito, pane secco, formaggio, castagne e mele, assaporò il tutto piano, piano quasi con devozione, a occhi chiusi.

*Pochi pezzi di pane, formaggio, mele selvatiche, e castagne lesse le avevano insegnato a credere nella bontà e nell'amore anche quando regnava guerra e odio, avevano donato a lei e ai “suoi” piccoli la speranza e la fiducia negli uomini.

Chi fosse l' Angelo della Piave, Caterina lo capì, molti anni dopo, vedendo la sua foto in un monumento, che sta là sulla “Strada del Vino Bianco” dove fu ucciso.

Lei, Caterina, era mia mamma.

 

SCHIZ di Pierluigi Tamborini

Quando sono nato io, se ne era già andato da un pezzo.

Non che fosse morto, intendiamoci, ma dalle mie parti, quando uno esce di casa con una valigia avvolta nello spago, è come se lo fosse.  Di chi parte resta il ricordo, e a volte, nemmeno quello.

In un paese piccolo come il nostro, che guarda da vicino la sacralità delle montagne e da lontano l’operosa pianura veneta, tanti, nel corso degli anni, avevano percorso la stessa strada, spinti da una brutta bestia che si chiama fame. Qualcuno era tornato per consumare i suoi ultimi giorni con i monti del Sole come sfondo, di taluni si favoleggiava avessero fatto fortuna in Svizzera, in Belgio o al di là del mare. Di altri, e lui tra questi, si erano perdute le tracce. Eppure era sempre presente nei discorsi della gente, per una vicenda che il passare degli anni aveva reso leggendaria. La storia era accaduta davvero, ma i testimoni oculari erano pochi e inaffidabili. E tutti narravano di una sfida epica.

Quando ero bambino di lui sentivo parlare con rispetto e orgoglio perché era uno di noi, della famiglia intendo, una sorta di prozio o roba simile.

Dalle mie parti non ci si chiama mai con il cognome, ma con il soprannome. Se aveste chiesto di Antonio De Bastian, in paese vi avrebbero guardato scuotendo il capo. Mai sentito nominare. Ma se aveste parlato di Schiz sarebbe stata tutta un’altra musica.

Spesso mi ero chiesto il motivo di quel soprannome. I racconti di mio nonno e di qualche altro superstite di un’epoca dura ma eroica, spingevano tutti in una direzione, rafforzata da tre elementi. Antonio De Bastian veniva ricordato come un individuo un po’ particolare (gli eroi non si possono definire matti), magari un po’ schizzato ecco. Inoltre era magro e secco come un chiodo in astinenza e aveva una velocità nervosa, come uno schizzo d’inchiostro. Ma l’elemento fondamentale che gli era valso il soprannome era lo schiz, il formaggio fuso che si consuma ancora oggi dalle nostre parti, abbinato ad una bella fetta di polenta o ad una salsiccia. Ne andava matto, ma non per la bontà del prodotto in sé, quanto per il fatto che molto spesso la polenta sul suo piatto si guardava tristemente intorno, sola e vedova di un formaggio, non parliamo poi della salsiccia, che aveva preso la via di altre tavole, meno povere e meno disperate.

Lo schiz era diventato una vera ossessione, se non poteva mangiarlo si consolava parlandone.

E così anche chi non era esperto si era fatto una cultura su questo alimento tipico del Bellunese, nato dalle malghe di montagna e che doveva il suo nome ai residui di cagliata che schizzavano fuori dalle fascere durante la pressatura.

Il nostro paese spiava da vicino le magre acque del Piave e prendeva il nome dal patrono San Fermo. Di là del fiume, diviso da un ponte che all’epoca dei fatti non c’era, un altro borgo, la cui storica rivalità con noi mi impedisce persino di nominare.  Non era la solita competizione tra campanili, c’era molto di più, ma le radici si perdevano nella notte dei tempi con una questione di donne rapite, come un ratto delle Sabine trasferito in montagna. I rivali si erano pure appropriati del patrono San Fermo mettendolo insieme a San Rustico, tanto per far vedere che potevano contare su una doppia entratura in Paradiso. La festa dei due santi cadeva in piena estate il nove di agosto e, per entrambi i paesi voleva dire tempo di sagra. Una festa negli stessi giorni era un danno per tutti ma nessuno voleva spostarla, nemmeno un diplomatico incontro tra i due sindaci aveva sortito effetti positivi.

La questione fu risolta con una sfida all’ultimo piatto. I perdenti avrebbero posticipato la sagra di un mese.

Dal campo avverso si fece avanti un tizio poco raccomandabile. Di lui si ricorda il nomignolo che descriveva alla perfezione un armadio semovente con due mani che sembravano badili. Lo chiamavano Pelmo, come la montagna da cui veniva la famiglia, scaraventata più a sud da qualche lontana piena del fiume. Pelmo, uno zattiere abituato a spostare tronchi pesantissimi e a dare del tu al vino e ai piaceri della tavola.

Dopo aver visto il gigante nessuno se la sentiva di affrontare la contesa. Schiz in quel periodo se la passava proprio male. Viveva di lavoretti saltuari ma in quell’estate torrida nessuno sembrava aver bisogno di lui.

Non fu l’eroismo a spingerlo, bensì la fame. Molti lo avevano messo in guardia contro una competizione persa in partenza. Non era abituato a mangiare tanto, il suo stomaco non avrebbe retto all’urto. Ma per Schiz, che ormai considerava la fame alla stregua di un parente stretto, poco meno di una sorella, un’occasione del genere quando mai sarebbe ricapitata? E se doveva morire meglio farlo con la pancia piena.

Disse sì e la notizia in un paio di giorni fece il giro dei monti richiamando gente anche da fuori.

Il nove agosto di un anno ormai lontano si ritrovarono a mezzogiorno uno di fronte all’altro, davanti ad un tavolo allestito sulle grave del Piave in secca. Un piatto di schiz con polenta e salsiccia, poi un altro, e un altro ancora finchè uno dei due non si fosse arreso. Il tutto annaffiato con cabernet o prosecco. Fiorivano le scommesse, tutte a senso unico. E come si poteva dar torto a quella gente che vedeva un gigante in piena salute contrapposto ad un individuo magro e che sembrava non reggersi in piedi. La sfida iniziò in un silenzio innaturale. Salsiccia, polenta e schiz. Pelmo affrontò il piatto con un ghigno che voleva sembrare un sorriso. Trenta secondi dopo lo aveva già ingurgitato senza quasi masticare e aveva buttato giù due bicchieri di rosso.

Ci fu un lungo mormorio di incredulità tra la folla, superato presto da una sorta di boato, un rutto potentissimo, che certificava che Pelmo aveva gradito. Schiz invece masticava piano, gustandosi ogni boccone che la fame gli faceva apparire celestiale. Aveva cinque minuti di tempo per concludere la prova e li sfruttò tutti. Arrivò il secondo piatto e la musica si ripetè. E così per il terzo e per il quarto. A questo punto le cronache orali tramandate divergono alquanto. Chi parlava di una gara durata almeno due ore, chi si spingeva fino al tramonto, chi fino a notte fonda. Tutti però concordavano sul finale imprevisto. All’improvviso, senza che ci fosse alcun segno di cedimento, Pelmo si era guardato intorno strabuzzando gli occhi, poi era crollato con il volto nel piatto fumante mentre il suo avversario lo guardava sorpreso e incredulo.

Successe il finimondo. Schiz venne travolto e spinto via dalla folla festante mentre ancora cercava di azzannare un po’ di formaggio, poi venne portato in trionfo per tutto il paese. E a chi gli domandava come avesse fatto a mangiare tutta quella roba rispondeva sempre con le stesse parole: “Con la fame che avevo…”

Intanto Pelmo veniva a fatica caricato su un carretto e portato in ospedale a Belluno. Due giorni dopo arrivò la notizia che era morto senza riprendere conoscenza ma con in faccia il solito ghigno che voleva sembrare un sorriso.

La tragedia fu un duro colpo per Schiz . Forse si sentiva responsabile dell’accaduto, fatto sta che una settimana dopo uscì di casa con la valigia avvolta nello spago e non tornò mai più.

Lasciò un ricordo indelebile in paese, ritagliandosi un posto di gloria locale, secondo soltanto, a rispettosa distanza, al nostro santo patrono.

E ancora oggi ogni tanto mi ritrovo a pensare che mi piacerebbe invitarlo a cena per un piatto di schiz con polenta e salsiccia, anche se temo abbia concluso i suoi giorni con l’ultimo sguardo rivolto ad un cielo straniero.

Ma se così non fosse sarebbe bello ritrovarsi tutti assieme, seduti alla stessa tavola. Con la speranza, si intende, che quella storica fame, con il passare del tempo, sia andata a corteggiare qualcun altro.

 


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